Introduzione. Evoluzione della partecipazione
La partecipazione ha avuto in Italia vicende altalenanti e incerte fortune. Dalla metà degli anni ’90 e nei primi anni del nuovo millennio, ha avuto una notevole “fortuna” ed è stata perseguita con decisione in tantissimi contesti diversi in Italia. Si tratta degli anni che seguono la vicenda di Tangentopoli e l’introduzione dell’elezione diretta del sindaco, anni di nuove aspettative e di grandi investimenti da parte delle forze sociali e da parte dei cittadini, singoli o organizzati, in una speranza di nuova politica e di un nuovo modo di fare governo locale. Sono anche gli anni di Porto Alegre, dello sviluppo della cultura “alter globale” e di nuove sperimentazioni a livello internazionale. Su questo terreno il mondo della ricerca e dell’Università ha dato un contributo importante.
Ma le esperienze di quegli anni hanno lasciato molta delusione. Sarebbe molto lungo e complicato farne ora un bilancio, ma è indubbio che, se da una parte abbiamo avuto alcune esperienze estremamente significative ed importanti (in alcuni casi addirittura “esaltanti”) che hanno fatto assaporare il valore di una partecipazione costruttiva e ricca di senso, dall’altra abbiamo avuto una lunga serie – forse la maggioranza – di esperienze deludenti, inefficaci o inconcludenti, controllate negli esiti, strumentalizzate, ridotte alla costruzione del consenso o al più ad una dimensione consultiva. Le tante energie spese hanno portato anche molta frustrazione. Roma ne è un caso emblematico (Cellamare, 2007).
Le nuove domande e i nuovi processi socio-politici
Probabilmente vi sono limiti intrinseci all’idea stessa di partecipazione, soprattutto se di origine istituzionale, nel momento in cui non vengono ripensate le forme della democrazia e del dialogo politico, o non viene mantenuto alto il livello del conflitto e della mobilitazione sociale (Cellamare, 2011).
Negli anni che sono seguiti è calata l’attenzione sul tema della partecipazione, si sono ridotte le esperienze e – salvo alcune realtà particolarmente illuminate e intelligenti – molte amministrazioni hanno ridotto se non azzerato il proprio impegno concreto in questa direzione, sebbene ampiamente dichiarato nei propri programmi elettorali o presente nei sistemi normativi.
Negli ultimi anni sta riemergendo nuovamente con forza il desiderio e la necessità di partecipazione, dettata forse anche dalla crisi di quella politica che non riesce a dare risposte ai cittadini e ha smarrito l’”interesse pubblico”, così come testimonia la forte e crescente attenzione sul tema dei “beni comuni” (v. anche il referendum sull’acqua pubblica). A parte esperienze interessanti (che pur sempre ci sono), movimenti e abitanti organizzati, richiedendo ancora e nuovamente uno spazio per poter partecipare alle decisioni, ma anche più in generale la ricostruzione di uno “spazio pubblico” di confronto e discussione, hanno per lo più perseguito due strade. Da una parte, hanno elevato la mobilitazione ed il conflitto, sviluppando una molteplicità di vertenze locali e agendo in forma organizzata sia contro i grandi operatori sia contro l’amministrazione stessa, riconosciuta spesso come “connivente” delle grandi operazioni immobiliari e finanziarie che stanno travolgendo le città e incapace di una politica che non sia succube degli interessi economici. Spesso comitati e associazioni si organizzano in reti e strutture per rendere più forte la propria azione. Dall’altra, avendo riconosciuto che le attuali democrazie occidentali non hanno gli strumenti per difendersi da questi processi (che hanno un carattere globale), molti perseguono la strada dell’autorganizzazione, dell’azione in totale autonomia, della riappropriazione della città (compreso il caso delle occupazioni).
Note dalle esperienze: la Rete Sociale Monti e la Casa della Città del I Municipio
Nella mia esperienza due sono stati i campi principali in cui un percorso partecipativo è diventato particolarmente significativo (pur ovviamente non rappresentando un modello). Da una parte, l’autorganizzazione e l’autopromozione degli abitanti (nel mio caso, di una rete sociale tra comitati e associazioni di un rione del centro storico di Roma; cfr. Cellamare, 2008) che attraverso la mobilitazione, la proposta di progetti ed iniziative, la concreta azione sul campo, un’attività di sensibilizzazione e formazione, ecc. sono in grado di prendere in mano il proprio contesto di vita (il proprio quartiere, il proprio rione, ecc.) e di “praticarne” la riqualificazione. Dall’altra, la costituzione di contesti di interazione progettuale (che sono anche laboratori di apprendimento collettivo) che lavorino al livello delle politiche, che abbiano un carattere di continuità e stabile nel tempo (e lavorino indipendentemente dalle scadenze amministrative), che intersechino effettivamente i processi decisionali, che vedano una autogestione collaborativa tra cittadini e amministrazione. Qualcosa di diverso dagli Urban Center e più vicino alla dimensione dei laboratori municipali (come è stata per me l’esperienza della “Casa della Città” del I Municipio di Roma; cfr. Cellamare, a cura di, 2006).
Il ruolo del tecnico
In questi contesti il ruolo del tecnico è molteplice e un po’ diverso da quello tradizionale. In primo luogo, deve essere in grado di cogliere ed assecondare (anche con soluzioni tecniche) le pratiche urbane degli abitanti, che pure contengono un’elevata progettualità. In secondo luogo, deve promuovere e gestire contesti di interazione progettuale con un contributo che è sia tecnico che critico. Deve poi anche sapere mettere al lavoro le competenze e le capacità degli abitanti, facendole maturare in un processo di collaborazione positivo.
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