Nuove architetture a Firenze. di Enzo Cancellieri

01/11/2012*

Riceviamo da un collega una breve rassegna sulle recenti costruzioni a Firenze. Contributo che volentieri pubblichiamo per sollecitare altre impressioni sullo stato dell'arte. Nel merito delle critiche, elogiative o tranchants, la redazione non vuole entrare, ma solo ricordare che Giancarlo De Carlo e Lucien Kroll intervistati sulle possibile demolizione di due edifici, rispettivamente uno degli uffici postali di Spadolini ed il Corviale di Fiorentino, hanno reagito opponendosi vivacemente. Ci aspettiamo dunque critiche costruttive (N.d.R.)

 

L’occasione dell’inaugurazione, per quanto provvisoria e parziale, del nuovo Auditorium e del nuovo Palazzo di Giustizia offre lo spunto per svolgere, così alla spicciolata, qualche sintetica considerazione e qualche riflessione su alcuni tra i principali interventi architettonici apparsi recentemente nello scenario fiorentino.

Vittorio Sgarbi, noto critico della Storia dell’Arte, si è espresso a caldo in merito all’Auditorium con una dichiarazione irriverente e colorita ma non del tutto inappropriata : queste nuove architetture sembrano un po’ tutte, all’esterno, delle “scatole di scarpe”. Certamente una delle varie tendenze dell’architettura contemporanea sviluppa da tempo una ricerca formale sul “gioco sapiente” dei corpi di fabbrica, limitando all’essenziale per non dire eliminando gli elementi architettonici tradizionali e non : tolti tutti o quasi i “delittuosi ornamenti” non restano che le scatole, di scarpe appunto. Nel caso del nuovo Auditorium fiorentino, opera dell’architetto romano Paolo Desideri, il giudizio richiede ancora un po’ di tempo per poter valutare appieno il risultato estetico, sia all’esterno che all’interno, la funzionalità, l’acustica –che pare eccezionale-, l’inserimento nel contesto, l’accessibilità, e così via. Di primo acchito però non si può non rilevare una sorta di “rinuncia” a fare architettura nella scelta di “mascherare”, secondo una moda mutuata dall’edilizia produttiva e sempre più diffusa (vedi anche la maschera vegetale dell’archistar francese Jean Nouvel nel progetto –sfumato- per l’area ex Fiat nel Viale Belfiore), il grande e massiccio volume della torre scenica con un grigliato geometricamente articolato in cotto grigio con l’intento evidente di smorzare, e a onor del vero con un certo successo, l’impatto visuale della grande volumetria nel contesto aperto dell’area di insediamento ai margini delle Cascine. Il tema è senza dubbio impegnativo, ma non per questo, ad esempio, Aldo Rossi nel caso della torre scenica del Teatro Carlo Felice a Genova si è sottratto al compito -proprio dell’architetto- di cercare e trovare una soluzione architettonicamente svolta, coerente con il suo stile e perfettamente rispondente alle esigenze funzionali.

Del resto quello della “rinuncia” sembra essere un atteggiamento che attraversa anche altri rami della disciplina architettonica, quale ad esempio il restauro : nella vicina ex Stazione Leopolda l’intervento si è concretizzato in una sorta di rifiuto di restaurare la vecchia struttura preferendo puntare sull’effetto “fatiscenza e degrado”, ribadito peraltro nel modesto piazzale d’ingresso ristrutturato su progetto dell’architetto milanese Gae Aulenti.

Un clima diverso si respira a Novoli al cospetto dell’imponente mole del nuovo Palazzo di Giustizia brillantemente realizzato sulla base del progetto di massima di Leonardo Ricci. Il “gesto” architettonico è quanto mai manifesto, in perfetta coerenza e continuità con tutta l’opera di Ricci, e la grande massa volumetrica viene trattata con notevole sapienza formale, articolata e frastagliata attraverso soluzioni diversificate per elementi e per materiali, ottenendo un risultato di grande fascino spaziale -in senso quasi scultoreo- e ambientale, tanto da dominare maestosamente tutta la zona e di fatto l’intero panorama della città al pari del Cupolone. Si tratta di un’opera senza dubbio datata, essendo stata concepita più o meno alla fine degli anni ‘70 riprendendo il discorso già svolto nel Palazzo di Giustizia di Savona, nella quale l’autore ha inteso cimentarsi anche con elementi, materiali e “mode” intervenuti successivamente alla maturazione della sua poetica più genuina e originaria, legata principalmente alla forza (bruta) e alla plasticità del cemento armato : riecheggiano echi che vanno dal futurismo del Sant’Elia ai cilindri e ai cerchi di Louis Kahn, al courtain-wall usato in grandi superfici anche inclinate proprio come una tenda, ai mattoncini e alla pietra liscia dei rivestimenti, alle linee diagonali, agli spigoli e alle punte, in un assemblaggio compositivo straordinariamente e semplicemente bello, che colpisce per la capacità di manovra dei vari elementi architettonici nelle giuste proporzioni per sottrarsi al rischio di una accozzaglia di “trovate” altrimenti del tutto gratuite. Certamente anche qui ci vorrà del tempo per valutare serenamente la funzionalità di una macchina così complessa : tenuto conto che Ricci aveva un rapporto con gli aspetti funzionali tra l’ideologico e l’estetico, si dovrà probabilmente indulgere non poco, sottolineando per contro i pregi delle soluzioni sotto il profilo squisitamente architettonico anche per gli interni.

Poco distante si distende la schiera lineare della nuova sede della Cassa di Risparmio di Firenze su progetto di Giorgio Grassi, altro architetto milanese passato anche lui per la fucina di Ernesto Rogers : di ispirazione vetero-razionalista all’italiana ma anche un po’ “albertiana”, trova la sua specificità nell’uso quasi esclusivo del rivestimento di facciata in una bella pietra Santafiora (moderno surrogato della pietra forte) e nel disegno geometricamente armonioso delle aperture, ma scade decisamente nella sciatteria dei fianchi in mattoni che ingaglioffiscono l’eleganza dei fronti.

Dalla parte opposta dell’area comincia a consolidarsi il plesso universitario che Adolfo Natalini, attualmente l’unico architetto fiorentino di livello internazionale, ha realizzato entro la maglia urbana pensata dall’architetto e urbanista tradizionalista lussemburghese Léon Krier : si tratta anche qui di un’altra versione di vetero-razionalismo all’italiana che Natalini riprende artigianalmente con sobrietà e proprietà di linguaggio, introducendo molteplici “ammodernamenti” sempre tesi ad ingentilire e al tempo stesso sbanalizzare con gusto sicuro e attuale i vari elementi architettonici, in una combinazione che genera un effetto tonale abbastanza tradizionale ma con pregevoli innovazioni che qualificano puntualmente l’edificato, destinato nel suo insieme ad invecchiare bene e a costituire un tessuto edilizio ben accolto dalla città.

Decisamente inguardabile invece il complesso del Multiplex che fa brutta mostra di sé sulla rotonda di Novoli, firmato da Aimaro Oreglia d’Isola, illustre professionista torinese al quale si deve pure una quota dell’edilizia circostante risolta abbastanza male con improbabili altane a “pagoda” e destinata ad invecchiare ancora peggio. Le grandi arcate incorniciate (un po’ “pontaie”) del Multiplex che muovono da terra appaiono esagerate e sgraziate, inserite senza gusto e logica compositivi in una muratura sbiadita anche nel colore, denunciando perfino all’occhio meno istruito i limiti e le difficoltà che l’architettura moderna ha quasi sempre trovato nell’utilizzare un elemento così basilare dell’architettura classica.

A margine, viene voglia di menzionare il traliccio d’autore che l’architetto e designer inglese Norman Foster, vincitore del concorso per la nuova stazione interrata dell’alta velocità, ha ideato con linee eleganti e sinuose in sostituzione dei vecchi e più schiettamente ingegnereschi tralicci che ormai costituivano un elemento paesaggistico inevitabilmente portato dalla modernità; la ricerca attuale di “belle forme” per strutture sempre più ardite, tema epocale dominante che annovera quale elemento di punta l’archingegnere spagnolo Santiago Calatrava al quale non è riuscito imporre un suo interessante progetto per il Museo dell’Opera del Duomo, di per sé meritoria, corre però il rischio di involversi in una spirale di tipo leziosamente inflattivo e di appiattimento verso l’alto che alla lunga non giova alla misura e all’etica interne del fare architettura.

Sul fronte dell’architettura del paesaggio bisogna registrare un intervento in atto di basso spessore ma di notevole gravità, già da tempo denunciato da Italia Nostra, quale quello dell’ipocrita “consolidamento” dell’antica cava di pietra forte di Monteripaldi che altro non è se non lo “smaltimento” dei detriti scaturiti dai lavori per la terza corsia dell’autostrada A1; il progetto, firmato dall’ingegner Aldo Cerri della SPEA Ingegneria Europea S.p.A. – braccio tecnico (armato) della Società AUTOSTRADE – si concretizza in una serie di terrazzamenti inerbiti sostenuti da muri in cemento armato rivestiti di pietra che introduce un artificiale elemento di banale geometrica linearità in uno scorcio paesaggistico consolidato e connotato dalla profonda “ferita” della cava ormai “cicatrizzata”, determinando una deturpante alterazione ambientale che trova purtroppo “sponda” in certe tendenze ideologico-razionalizzatrici della scuola paesaggistica nostrana.

Per concludere un cenno al fenomeno che non si può non notare della sempre più diffusa utilizzazione dell’acciaio COR-TEN (CORrosion resistence-TENsile strenght) al naturale negli interventi più disparati, dalle autostrade all’arredo urbano, in un crescendo che si può ormai definire “modaiolo” : è un altro segnale del totale disorientamento degli operatori che affidano il risultato estetico ad un materiale che evoca fatiscenza e rovina.