
Filippo Boretti: Ritorno con la memoria ad un viaggio/studio a Valencia di 4 anni fa. Nel frattempo l’autodromo di Formula1 è stato inaugurato ed è tuttora in funzione. Definirei Valencia una città “glo-cal” in cui la finanza ha irrotto scientemente – e secondo un programma preciso – nel contesto urbano, un luogo in cui l’architettura da copertina, seppur magniloquente e monumentale, risulta oggi marginale rispetto all’impianto vasto, coeso e funzionante dell’intera città.
Paolo Mighetto*: «Non mi sembra del tutto corretto ridurre l’immagine di Valencia a quella di “una città glo-cal in cui la finanza ha irrotto scientemente nel contesto urbano”. Il caso di Valencia è, piuttosto, quello unico e irripetibile di una città che ha saputo sfidare il proprio passato e il proprio futuro per cercare di risolverne, con una profonda trasformazione urbana, le forti antinomie. Il recente sviluppo di Valencia nasce dalla necessità di risolvere il gravissimo problema di un fiume urbano che, secco per gran parte dell’anno, ha un devastante carattere torrentizio che in sei secoli è esondato 22 volte con 11 piene e almeno 15 inondazioni. Altrove, la scelta è stata quella di tombare il fiume – e la recente inondazione che ha colpito Genova ne è un triste esempio degli effetti nefasti –, sperando vanamente di arginare il pericolo e facendo finta che il corso d’acqua possa essere una ferrovia o una fognatura da incanalare e cementificare. A Valencia si è scelto coraggiosamente di deviare il corso del fiume fuori città e poi di trasformarne il letto in uno straordinario parco lineare che, a partire dal 1981, è diventato un vero e proprio asse portante dello sviluppo urbano per la nuova città della cultura, della scienza e dello svago».
F.B.: Parafrasando una visione di “GoogleEarth”: a Valencia l’irrinunciabile necessità di benessere dei cittadini si trova adagiata nel letto di un fiume, paradigma dell’irruzione del “paesaggio” nell’urbanistica europea contemporanea fatta di città in crisi e di suoi recuperi.
Paolo Mighetto: « Storicamente, i periodi di crisi sono, nonostante tutto, quelli più creativi e propizi alle nuove idee. Per le città spesso la crisi costituisce il terreno fertile su cui si innescano il cambiamento e la trasformazione, la rigenerazione da un modello urbano ad un altro. Oggi queste trasformazioni si accompagnano ad una nuova ed inedita consapevolezza del paesaggio, dove il paesaggio, come prima accadeva solo per l’architettura, è pensato e progettato; il paesaggio non è più il frutto della sedimentazione dell’azione naturale e dell’azione umana ma tende a prevalere quest’ultima sulla prima… è ovvio, non sempre con risultati positivi. Un caso italiano paradigmatico mi sembra quello di Torino che per due volte in un secolo e mezzo ha saputo convertire la crisi in un momento di creatività positiva e di trasformazione urbana. La prima volta, alla fine dell’Ottocento quando, perduto il rango di capitale di uno stato (dopo quasi tre secoli di continuità), ha saputo convertirsi in città industriale; una seconda volta, dopo oltre un secolo, quando la crisi dell’industria è stata affrontata con un piano regolatore lucido e lungimirante che ha saputo trasformare le obsolete aree industriali dismesse, impermeabili, inquinate e cementificate, in nuovi spazi pubblici dove il verde progettato assume un ruolo primario: in quindici anni quasi 4 milioni di metri quadrati sono diventati nuovi giardini e parchi pubblici e la città ha saputo trasformarsi (non senza drammi sociali che si stanno ancora vivendo), anche grazie alle Olimpiadi invernali del 2006, da città dell’industria a città del terziario avanzato, della ricerca e del turismo».
F.B.: Valencia è anche la città che ai margini di se stessa, alla foce del Turia – un fiume “inesistente” – e nel porto marittimo “scomparso”, ha trovato risposte ad altre attese – quelle di una città secolare ricca di cultura e di beni, cresciuta grazie al lavoro dei mercanti in viaggio per il mondo.
Paolo Mighetto: «I viaggi dei mercanti valenciani, in particolare i traffici con Cuba, hanno rappresentato, per la Catalogna del Quattrocento un vero e proprio secolo dell’oro; nel ricordo, certo leggendario, di quel passato glorioso la Catalogna dell’Ottocento ha saputo inventarsi lo splendore della Renaixença con il corollario architettonico e paesaggistico del Modernismo: tutto sommato, per tornare al tema di apertura, un movimento glo-cal ante litteram se lo inquadriamo nel panorama internazionale dell’Art Nouveau. D’altronde, il tema del margine della città quale limite forzato dell’espansione che nella sua perdita genera una nuova città “altra” e che, solo con difficoltà e con tempi lunghi, riesce a dialogare con quella città “prima”, lo troviamo esemplificato anche in Barcellona. La capitale catalana è costretta entro le sue mura settecentesche fino alla metà del secolo successivo quando, una volta abbattuto il limite della cittadella e delle mura a colpi di cannone, vede crescere una nuova e del tutto diversa città; per decenni l’Ensanche è stato vissuto come un luogo diverso e privo di dialogo rispetto al vecchio centro, e forse solo con la rigenerazione olimpica del ‘92 possiamo dire che si sia finalmente saldato alla città più vecchia. Spesso, poi, questo margine particolarmente viscoso è un margine sociale più che fisico, ma che allo stesso modo della cinta muraria delle città antiche rende difficile e problematica la coesione delle diverse parti della città stessa. Penso a Parigi e alle profonde differenze, alimentate dalle diversità sociali, tra la parte centrale e le sue banlieues… due o più città senza dialogo né comunicazione».
F.B.: Ecco, allora, “nel parco della città” che giace nel letto di un fiume, il paradigma di una città europea contemporanea: la costruzione della Città delle Scienze e delle Arti – dalle enormi, magniloquenti e monumentali architetture, veri mammuth tecnologici della modernità – ad opera del più celebre dei valenciani viventi, l’ingegnere/architetto Calatrava, e la trasformazione del bacino portuale decaduto in un moderno terminale finanziario, capace di richiamare eventi mediatici internazionali quali l’America’s Cup, il Gran Premio di Formula 1, sono non più “paesaggi al limite” ma nuovi confini.
Paolo Mighetto: « Concordo che il parco della città, a Valencia, possa essere considerato quale paradigma della città europea contemporanea, anche se ormai radicato in un mondo, quello di trent’anni fa, che, pure a noi molto vicino, sembra reso lontano e storicizzato dalla crisi scatenatasi nel 2008. Valencia ha saputo riprendere l’esempio di Bilbao (o è stata forse la città catalana a fare da paradigma per il capoluogo basco?) e utilizzare il linguaggio evocativo ed attraente di un’architettura a scala gigantesca e urbanistica per costituire un catalizzatore di interesse nei confronti del turismo colto internazionale, vero e proprio motore di sviluppo dei nostri tempi. Valencia, come altre città europee, ha saputo cogliere nelle sue trasformazioni –peraltro di altissima qualità architettonica e paesaggistica- lo spirito del tempo in cui esse sono state realizzate; non ne vedo quei risvolti negativi che sembrano arieggiare nello spunto da cui siamo partiti: non vedo nulla di romanticamente nostalgico in un fiume che esonda periodicamente mettendo a repentaglio la vita stessa della città o in un grigio bacino portuale; vedo invece con favore l’enorme e raffinato parco urbano che ha occupato l’alveo ormai asciutto e il nuovo porto turistico che accoglie il pubblico dell’America’s Cup. Peraltro, il tema dell’architettura-urbanistica-paesaggio quale elemento attrattore e anche palcoscenico di eventi mediatici non mi sembra poi così inedito nella storia delle nostre città se pensiamo alle grandi esposizioni ottocentesche, solo per fare un esempio noto a tutti. Cambiano i tempi e cambiano gli attori in gioco, ma il potere attrattivo e celebrativo dell’architettura e del paesaggio non sono poi così differenti dal passato. Quale strumento usarono i Savoia per celebrare i fasti del loro piccolo ducato, poi regno, se non il potere evocativo dell’architettura e delle trasformazioni urbane? Nel 1682 fecero preparare, addirittura, il Theatrum Sabaudiae, cioè una raccolta di splendide incisioni (realizzate dal più prestigioso stampatore dell’epoca, Blau ad Amsterdam) che raccontano e celebrano le delizie architettoniche e urbane, anche paesaggistiche, del piccolo stato con un florilegio di rappresentazioni della realtà del ducato, ma soprattutto dei sogni del sovrano materializzati attraverso quelli che oggi chiameremmo “rendering” in realtà aumentata…».
F.B.: Così come il “vecchio mondo” si collegava al nuovo tramite i navigli e il mare, oggi dal mare globale della finanza si risalgono “nuovi fiumi” e si obbliga l’urbanistica moderna a riprogettare le città europee tramite l’“irruzione” del paesaggio nelle città in crisi: a Valencia un parco vivo, pieno di fauna tutta umana, a New York una passeggiata sospesa al posto di una metropolitana, a Detroit orti e giardini al posto di palazzi. Una regressione, una decrescita o un nuovo principio.
Paolo Mighetto: «Non mi sembra un obbligo della finanza globale ma, piuttosto, una nuova visione di crescita indotta, paradossalmente, dalla decrescita che ci coinvolge. Non hanno più senso le visioni della città che cresce ma, semmai, quelle della città che si rigenera su sé stessa; non c’è più bisogno di costruire nuove case, nuove fabbriche, nuovi quartieri ai margini del costruito ma c’è invece bisogno di convertire e rigenerare quel che c’è già, e allora la progettazione del paesaggio diventa il nuovo campo d’azione per cercare di governare e rendere concreto un nuovo modello di sviluppo a partire dalla crisi. Se non serve più la ferrovia ma serve una pista ciclabile uso il vecchio sedime dei binari per portarci le bici, come è stato fatto anni fa ai piedi delle Dolomiti, da Cortina a Dobbiaco e, più recentemente, sulla riviera ligure; se non ho più il fiume, come a Valencia, il verde progettato di uno straordinario parco urbano ne occupa l’alveo; se non serve più la metropolitana, anziché demolirla, ne recupero le strutture per organizzare un bellissimo boulevard vegetale… E’ una nuova consapevolezza che sta prendendo piede in molte città europee e anche nelle nostre città italiane, solo all’apparenza ripiegate su loro stesse. Si inserisce, in questa nuova consapevolezza urbana, il tema della città che trova nuovi spazi per quella che sembrava un’attività anti-urbana: l’agricoltura. L’agricoltura occupa nuovi spazi in città e gli orti si infiltrano in luoghi fino a poco tempo fa impermeabili alla natura; è il tema della città da coltivare e tra le città italiane Torino, sfruttando il suo primato di città degli orti urbani, è la prima che, inserendosi con convinzione nel dibattito delle Smart Cities, si è inventata la delibera comunale “TOCC-Torino città da coltivare” nel 2012; con questo atto formale la città incentiva l’agricoltura urbana quale mezzo, accanto a quelli ormai più sperimentati e consolidati della rigenerazione urbana, per mediare tradizione e techné alla ricerca di soluzioni urbane alternative e creative al disagio delle nostre metropoli. Un paesaggio tradizionale, eppure così innovativo perché in un certo senso decontestualizzato, sembra diventare lo strumento per un nuovo principio delle città».
F.B.: L’operazione messa in atto da Valencia, solo in parte paesaggio al limite, è atto di cultura e intraprendenza consapevole, cammino difficile e doloroso della rigenerazione urbana, iniziato trent’anni or sono, in uno dei centri storici più vivibili d’Europa che continua a mantenere vivi i legami con le tradizioni secolari.
*Arch. Paolo Mighetto (AIAPP-IFLA n° 751; Albo Architetti Torino n° 3147). Nato a Torino nel 1966, si è laureato alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, PhD in Storia e Critica dell’Architettura. Progettista dei restauri alla Missione Archeologica Italiana a Hierapolis di Frigia (sito UNESCO di Pamukkale, Turchia) è vicepresidente della sezione Piemonte Valle d’Aosta dell’AIAPP.
Interventi di riqualificazione urbana, parchi e giardini pubblici, restauro e conservazione, si accompagnano, nell’attività professionale, ai numerosi concorsi di progettazione nazionali e internazionali.
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