“Ci può parlare di una sua riuscita esperienza di laboratorio progettuale, in cui la partecipazione attiva dei cittadini è riuscita a conciliarsi con il ruolo creativo dell’architetto e con i mille vincoli normativi e procedurali che la realizzazione di un opera pubblica comporta, dalla fase progettuale a quella realizzativa?"
Questo lungo percorso partecipativo inizia a Fusignano, un piccolo comune di ottomila abitanti alle porte di Ravenna (noto per aver dato i natali ad Arcangelo Corelli, Vittorio Monti e, più di recente ad Arrigo Sacchi), nell’aprile 1989.
E’ allora che mi viene chiesto dal Comune di redigere un Piano delle Aree Centrali. L'obiettivo è di promuovere una riflessione a più voci sul ruolo che il centro storico e le aree limitrofe possono assumere in un processo unitario di riqualificazione urbana (secondo il Progetto Recupero della Regione Emilia di Romagna: strumento fondamentale che andrebbe studiato e riproposto).
Viene istituito un primo laboratorio a cui è affidato il compito di redigere un piano che non sia un mero strumento specialistico - per addetti ai lavori - ma un momento di riappropriazione collettiva della storia fisica della città. Il centro di Fusignano, infatti, era andato quasi completamente distrutto sotto i bombardamenti del 1944. Ricostruito in breve tempo, nell’immediato dopoguerra con una fortissima spinta ideale e civile, mostrava, a cinquant’anni di distanza, segni di degrado edilizio e un marcato invecchiamento della popolazione.
Il piano individuava due livelli operativi: il primo, edilizio, basato su un Libretto di Istruzioni per il Recupero della Città, redatto al termine dell’esperienza - quindi dopo un percorso intensamente partecipativo e in cui i piani di dettaglio erano intimamente connessi alla “lettura” del luogo e della sua storia fisica.
Il Libretto fatto avere a casa a tutti gli abitanti, individuava tecniche, materiali e colorimetrie per facciate, pavimentazioni, giardini, portici, vetrine, insegne, tende - quindi interventi sia pubblici che privati - insieme alle modalità operative e alle incentivazioni finanziarie per realizzarle. L’obiettivo non dichiarato ma evidente a tutti era quello di ripristinare una consapevolezza che la città è patrimonio collettivo e che la qualità urbana richiede una partecipazione attiva non solo alle scelte ma anche e soprattutto alla realizzazione degli interventi più minuti. Questa coscienza si è fortemente radicata in Fusignano e ha reso possibile anche il secondo livello operativo, quello più complesso, in cui entra in gioco quella che Giancarlo De Carlo ha definito “progettazione tentativa” e il ruolo dell’architetto nel processo partecipativo.
Questo secondo livello, urbanistico, proponeva la riorganizzazione dell’intera struttura cittadina attraverso tre aree strategiche d’intervento concepite come la matrice del nuovo organismo urbano e faceva leva sulla realizzazione di una concatenazione di aree e attrezzature pubbliche di qualità: un continuum urbano completamente pedonalizzato che ricollegava la piazza storica con l’ex ospedale settecentesco da riconvertire in centro espositivo, comprendendo un auditorium per la musica barocca, l’ampliamento della biblioteca comunale, una serie di interventi privati residenziali e commerciali, una nuova piazza nata dalle demolizioni, oltre al recupero dell’antico Ospizio come housing sociale per anziani e lavoratori immigrati.
Qui abbiamo fatto largo uso della “progettazione tentativa”.
“Qual è secondo lei il futuro della partecipazione nel progetto urbano, quali strade dovrebbero essere seguite e quali sono gli ostacoli che dovrebbero essere rimossi nella specifica situazione italiana? Esiste una giusta scala cui fare riferimento?"
Per sviluppare la partecipazione nel progetto urbano bisogna ripartire dai due concetti contigui decarliani di lettura e progettazione tentativa (dovrebbero essere al centro dell’insegnamento e della ricerca universitari).
Lettura, per De Carlo significa “esplorare e comprendere con mente progettante. Tutto è registrato nello spazio fisico in forma di stratificazioni di segni. Molti segni sono apparenti, molti sono sepolti, o consunti, o così tenui da risultare quasi invisibili; altri sono nascosti o adulterati o perfino falsificati. Ma tutti sono presenti. Se si è in grado di scoprire e decodificare ogni strato di segni, si può comprendere l’essenza di quanto ci si propone di recuperare: si può comprendere il suo passato e il suo presente, la sua forza e la sua debolezza, la sua attitudine o riluttanza al cambiamento, le sue potenzialità e quindi il suo futuro. Si progetta dunque mentre si legge, e si progetta in modo tentativo, ritornando continuamente alla lettura, in un’alternanza reciproca che si conclude in soluzioni, che sono valide finché non cambia la situazione, intrinseca o al contorno.
Il progetto tentativo non punta a una soluzione univoca con moto lineare ma muove verso una soluzione molteplice con moto itinerante, passando attraverso sequenze di ipotesi e verifiche che cercano la via per rendere attuale l’evento sotto osservazione; allo stesso tempo lo mettono in tentazione per indurlo a svelare la sua vera sostanza; per fare emergere la sua stabilità e i suoi squilibri, per capire fino a che punto può cambiare per raggiungere nuovi equilibri senza snaturarsi.” (Prolusione a Catania, 2003)
Non è solo il classico processo di affinamento del progetto, dal particolare al generale e viceversa, ma è un percorso erratico, “labirintico”, in cui i livelli di coerenza che regolano gli aggiustamenti successivi sono almeno tre. Il primo attiene all’organismo architettonico, alla comprensione delle sue stratificazioni e al peso che ciascuna parte ha avuto è avrà rispetto all’insieme nel processo di destrutturazione/ristrutturazione; il secondo investe il rapporto con la città nella sua duplice interazione - endogena ed esogena; il terzo coinvolge il rapporto con il paesaggio/territorio, anche qui con valenza duale: la percezione del paesaggio dall’edificio e l’edificio come parte del territorio. Condividere questa chiave di lettura “tentativa” con gli interlocutori del processo partecipativo è il nostro difficile compito e, per quanto riguarda la mia esperienza, arricchisce enormemente il processo progettuale. La giusta scala è dunque sempre quella “urbana” non nel senso che coinvolge necessariamente l’intera città (dipende ovviamente dalla dimensione) ma che è consapevole delle modifiche che apporta all’intero organismo urbano e al sistema di relazioni che regola i rapporti tra l’insieme e le parti.
Milano, 29 marzo 2012
Lamberto Rossi
(Lucca 1954) si laurea in Architettura a Roma, nel 1977, con Ludovico Quaroni nel cui studio inizia l’attività professionale. Nel 1978 e nel 1979 partecipa, come borsista, al 3° e, come docente, al 4° Corso di Specializzazione in recupero urbano del International Laboratory of Architecture and Urban Design di Urbino (ILAUD), diretto da Giancarlo De Carlo.
Dal 1978 al 1983 collabora con Giancarlo De Carlo, a Milano, e nel 1980 con Renzo Piano a Genova.
Dal 1983 ha un proprio studio di progettazione a Roma e, dal 1998, a Milano. Dal 2008 ha costituito con Marco Tarabella la LAMBERTO ROSSI ASSOCIATI. Vive e lavora a Milano.
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Arch. Graziella Sini
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