Dibattito su Etica e Professione

13/05/2012*

Riportiamo una discussione redazionale poiché è senza conclusioni condivise in riferimento all'articolo di Egidio RaimondiLa crisi.......non è uguale per tutti!
 

Aurelio Imbrogno: Io credo che l’intervento di Raimondi ponga alcune questioni sulle quali riflettere, magari cercando di chiedere ai colleghi quale siano le prospettive future. Inoltre chiediamoci anche quali siano le nostre responsabilità. Mi faccio alcune domande forse già sintetizzando.
Come mai nel Nord Europa riescono a fare "quelle cose" e noi no e come mai il Nord Europa ha cominciato ad occuparsi di EE dopo il 1973, mentre l' Italia, che pure aveva p.e.. Peccei e Tiezzi non lo ha fatto?
Siamo "sul fondo" di una fase di decadenza o "continueremo a scavare" , e da dove cominciare per "cambiare" ? Necessitiamo per questo di nuovo modello etico ?

Gianni Vannetti: Distinguendo fra la situazione italiana e quella esterna si vede che da noi non c’è una crisi della creatività ma il problema annoso della mancanza di pari opportunità nell’accesso ai servizi e alla professione (si vedano ad esempio le problematiche legate ai concorsi) e le difficoltà nell’esercizio della professione stessa (non definizione delle competenze professionali, confusione normativa, mancanza di una legge sulla qualità dell’architettura, ecc…). Questa situazione di non pari accesso ai diritti, come ben sappiamo, è dovuta alla convivenza fra mafia e potere (partiti in testa e nessuno escluso), intendendo come mafia non solo “cosa nostra” ma ogni forma di lobbismo, di gestione scorretta della cosa pubblica, di spartizione dei soldi e dei vantaggi da parte di chi ha costruito la propria esistenza sulla mancanza di una coscienza etica, sulla corruzione diffusa, su una logica strettamente utilitaristica e di corto raggio che ha prodotto alla fine quella che io chiamo l’africanizzazione della nostra bella penisola (non è solo un problema climatico di desertificazione ma di desertificazione degli animi). Il caso italiano è sicuramente un caso a sé. In questo meccanismo la professione di architetto ha perso ogni tensione sociale per diventare opportunismo a vari livelli, provinciale e conformista rispetto alle mode, in una logica di dipendenza da imprese, da partiti politici, da meccanismi comunque eterodiretti. La corruzione diffusa a vari livelli (considero corruzione anche il clientelismo e il nepotismo) ha fatto scadere anche la qualità degli architetti (e dell’insegnamento dell’architettura) cosicché giustamente Natalini ad un recente dibattito può affermare che gli architetti in Italia sono ignoranti. È proprio così! E questa è senz’altro la prima battaglia da combattere.
Egidio Raimondi: Le prime due domande , secondo me, hanno un'unica risposta. La nostra classe dirigente è inadeguata, ormai da decenni! Mi riferisco non solo ai politici ma a tutti coloro che ricoprono cariche di responsabilità e non vogliono assumersela, a coloro che devono prendere decisioni e non hanno il coraggio di farlo, ai dirigenti che non dirigono, ai funzionari che non funzionano, ecc... Ovviamente non voglio scivolare in generalizzazioni e posso dire di aver conosciuto tanta gente che smentisce quanto ho appena detto ma, purtroppo, sono poche! Da noi sono eccezioni. Da altre parti è il contrario. A un funzionario pubblico tedesco non verrà mai nemmeno in mente di lasciare una pratica edilizia sulla scrivania per mesi, sapendo che dalla sua approvazione dipendono alcune famiglie (committente, imprese, fornitori, progettisti, banche, ecc...). Noi bandiamo i concorsi di idee, nominiamo il vincitore, assegnamo il premio e poi non realizziamo l'opera o, peggio ancora, indiciamo un referendum popolare che giudichi se l'opera è bella o brutta. Ma vi immaginate se avessero fatto così per la Pyramide del Louvre o per il Guggenheim di Bilbao!?!?!
Noi abbiamo comitati di cittadini che si oppongono alla realizzazione di opere pubbliche perché non ne conoscono a fondo le motivazioni e i progetti, non essendo stati mai coinvolti nel processo partecipativo. E i politici locali strumentalizzano la protesta per raccattare ogni briciola di consenso che può derivare da ogni gruppo composto da più di dieci persone.
La nostra politica energetica nazionale varia col variare dei governi e passa dal pacchetto di incentivi alle rinnovabili al nucleare che, per bocca di un ministro, non doveva risentire dell'emotività post Fukushima salvo poi ripensarci per calcoli elettorali.
In Germania hanno una politica energetica che avanza per piani trentennali, condivisi da tutte le forze politiche e trasversali ai governi che si avvicendano. Ma ci rendiamo conto?
Non pensiamo solo alla qualità dei nostri decisori politici, alla loro competenza; a livello di Enti Locali basti citare esempi lombardi.
Mi fermo perché divento troppo banale.
In sostanza c'è un problema di qualità ai minimi storici, e a tutti i livelli, della struttura politico gestionale del nostro paese.

Aurelio Imbrogno: In Europa dal secondo dopoguerra c'è stato solo un sistema economico, capitalismo di mercato, con la sola esclusione dell' ex URSS (esperienza di economia collettiva e programmata, conclusa nel 1989). L' impresa capitalista per sopravvivere deve essere molto attenta ai costi, alla disponibilità di materie ed agli utili dopo le tasse.
Lo shock petrolifero del 1973 mostrò che il petrolio poteva rappresentare un problema per il costo e per la disponibilità. E' questa credo sia stata la leva che ha mosso tutto il Nord Europa e non solo! Questa scelta è stata quindi seguita da campagne di sensibilizzazione degli utenti che hanno creato anche una domanda in quella direzione.
Ma perché l' Italia non ha fatto altrettanto? La risposta, secondo me, è nell' evasione fiscale: perché chi ha margini di questo tipo, non è interessato ad innovazioni, a riduzioni di costo delle materie ed alla loro più facile disponibilità. Un imprenditore sa, che dopo aver pagato le tasse, il Suo margine è di pochi punti, per cui se interviene sulle materie prime incorporate nei suoi prodotti e sulla quantità di energia, può avere un prodotto meno costoso e più concorrenziale. Dipende anche meno da quelle materie prime che provengono dall' estero: è più libero! e può programmare a 3-5 anni anzichè alla fine del mese. Se poi le sue scelte migliorano l' ambiente, vanno incontro ad un pubblico attento a quei valori e rendono quindi ancora più richiesti i loro prodotti.

Filippo Zoccoli: Nella prima metà degli anni settanta. In Europa c’è stato un significativo aumento dei salari al quale è seguito il rialzo del petrolio (quindi materie prime, trasporti ed altri costi esterni alla produzione industriale, non ultimo l’eliminazione della convertibilità aurea del dollaro ). La risposte degli industriali italiani dell’epoca è stata una frammentazione della produzione nella piccola e media industria dove era la stessa azienda a garantire flessibilità e contenimento salariale ( ricordate gi studi di Paci e Salvati sul comprensorio marchigiano o Garavini sul tessile...) tramite una sua sostanziale dipendenza dalla forca credito bancario-commesse di semilavorati. In buona parte d’ Europa è iniziata una ricollocazione sul mercato internazionale tramite investimento in ricerca sul prodotto anziché sul processo ed una delocalizzazione dei processi produttivi maturi ( la Volkswagen in Messico e Brasile... )
Nel nostro campo, l’edilizia, la disciplina ha studiato parecchio i processi produttivi prefabbricati ( ricorderete i dibattiti e gli esempi con tunnel, banches e tables ed astruserie varie poi di uso comune in Francia e Urss) ma i costruttori hanno continuato ad usare manovali e forati con cls: bassi salari e poco personale tecnico, mentre in Germania si iniziavano a dettare regole per la standardizzazione modulare sull’ottavo di metro.

Negli anni ottanta e novanta non si sono avuti grandi cambiamenti. Nell’industria, finita la bolla inflattiva, alcune parti della PMI si sono rese indipendenti e specializzate ed oggi pur con pochi investimenti sono “di punta” sul mercato internazionale delle macchine per l’industria, mentre il resto della manifattura è obsoleta nel prodotto ( non nel processo, in Italia ed in europa l’informatizzazione e la robotica sono molto più applicate che altrove ).
La pianificazione economica nel nostro paese non è mai esistita se non a pezzetti sparsi, finanziamenti casuali ( o personali, mafiosi, clientelari ecc. ). Gli enti che avrebbero potuto trainare la ricerca applicata ( non parliamo della ricerca di base...) e l’applicazione stessa ( IRI per cui Ansaldo, Finmeccanica ecc) sono stati baracconi clientelari.
Insomma, prima che la cattiva politica tirerei in ballo il cieco management.
Date queste premesse di un’ottica senza futuro ( attualissima oggi! ) non è necessario incolpare la pur esistente evasione fiscale che in presenza di libera circolazione di capitali è quasi residuale: serve solo a creare un ceto ricattabile. Basta annotare che la differenza è fra avere un governo dell’economia o non averlo.

Gianni Vannetti: L’attuale scadere della coscienza che fa piombare nell’ignoranza è in primo luogo un problema etico, cioè di costume e di modo di vivere ma anche di visione del mondo. Non è un problema del fare ma del sentire, cioè della capacità di elaborare l’ordine delle cose che ci stanno a cuore e del maturare una sensibilità a più strati che ci aiuti a costruire la nostra identità, e quindi a definire un progetto di esistenza.
Per un architetto l’etica dovrebbe stare all’abitare come l’identità sta all’esistenza.
L’etica ha a che fare con i temi di corpo, abitare e identità; tutti e tre dimenticati almeno dall’architettura e dall’urbanistica contemporanee (non mi riferisco solo al funzionalismo, al decostruttivismo ma anche alla generale decontestualizzazione del progetto contemporaneo e al suo mancato rapporto con la storia e con la geografia, con la comprensione dei bisogni, in generale con un senso più pieno del vivere). Quindi possiamo dire  che l’etica è parte fondante di un discorso sull’architettura. È l’elemento che raccorda il sentire del singolo alla creazione di un sentire della comunità (altro tema scomparso). Dal mio punto di vista un discorso sull’etica diviene una vera e propria metodologia d’azione, uno strumento operativo e non solo una consapevolezza interiore.
(E che dire della tensione tra etica ed estetica? la dimensione estetica si realizza nel valore dell’oggetto, le due cose non potendosi disgiungere nella corretta professione…). 

Egidio Raimondi: Occorre considerare che c’è chi opera non per il bene del Paese e della cosa pubblica ma per soddisfare o mediare interessi di gruppi antagonisti. E’ etico questo? La politica è sempre stata mediazione ma abbiamo raggiunto livelli di conflittualità e di bassezza troppo elevati. Le lobby ci sono dappertutto, anche in Alto Adige e nel resto d'Europa, ma sono finalizzate al fare. Da noi sono finalizzate al (truf)fare. Mi vengono in mente la lobby dei grandi produttori di legno in Alto Adige o quella dei produttori di sistemi impiantistici in Veneto, ecc... Fanno pressioni, cercano di orientare le scelte politiche, partecipano alla stesura delle norme,... ma creano filiere produttive, distretti industriali, posti di lavoro, economia.... Se andiamo al Sud Italia troviamo le lobby dell'accaparramento dei fondi europei per realizzare capannoni a metà, spendendo un decimo di quello che ci si mette in tasca! Lo stesso accade per gli impianti sportivi, in mezzo al nulla e mai inaugurati, per le scuole, per le strade, per i villaggi turistici.
In Italia non mancano i cervelli (i due personaggi che cita Aurelio sono stati anticipatori di tematiche oggi cruciali) e anzi, spesso, sono protagonisti anche all'estero. Il nostro grande problema non è la fase creativa ma è la fase attuativa di un progetto.
Se Tiezzi e altri si inventano la contabilità dell'impatto ambientale con l'impronta ecologica, poi chi la adotta? Quale amministrazione calcola l'impatto delle varie attività sul territorio? E allora sembra la solita genialata teorica, da professori universitari. Ma la colpa non è dei professori, bensì di chi li lascia fare, anzi sottrae loro sempre più risorse, e poi snobba totalmente i risultati delle loro ricerche.
La stessa sfiducia o scetticismo nei professori che caratterizza molti commenti al nostro nuovo governo, il “governo dei professori”, quasi in tono di scherno. Ma nessuno si domanda più perché siamo arrivati a tanto? Perché abbiamo dovuto cedere il Paese ai professori? Nessuno si è accorto che la politica ha fallito miserabilmente? E cosa aspettiamo a chiederci perché?

Non sarà il caso che tutti noi, nell'ambito della nostra vita, professionale e umana, ricominciassimo a fare il nostro dovere? Non sarà il caso che, invece di offrire prestazioni a basso costo su Groupon, ricominciassimo a considerare i veri scopi della professione dell'architetto? La grande potenzialità di far vivere meglio la gente, intrinseca al nostro operato?
Qualcuno vuole dire che l'Ordine non è un'associazione di categoria ma tutela il committente, garantendo che quel dannato timbro è stato dato a chi lo merita, per competenza e spessore etico? Glielo vogliamo ricordare che noi non siamo Confindustria o Confesercenti ma siamo emanazione del Ministero di Grazia e Giustizia? Quanto dobbiamo rimanere in questo equivoco? Io non ne posso più di essere assimilato ai notai e ai farmacisti, a numero chiuso entrambi e, i secondi, anche commercianti!
Siamo stanchi di scavare e sempre più gente ha deciso di gettare via la vanga e il piccone. Parlando con colleghi, amici, clienti, signore Marie e uomini della strada, mi accorgo che questa idea è condivisa, pur nelle infinite sfaccettature personali. Una parola ci accomuna tutti: basta!
Quindi, rimbocchiamoci le maniche, studiamo le questioni, affrontiamo le problematiche, guardiamo a chi fa meglio di noi, facciamo proposte e, soprattutto, agiamo. Passiamo dalle parole ai fatti, nella nostra azione quotidiana, tutti, senza esitazioni e senza ipocrisie, magari accettando qualche compromesso, se necessario. Ma cominciamo anzi, secondo me, abbiamo già cominciato!
Aurelio Imbrogno: La mancanza di una cultura industriale sta drammatizzando una situazione gravissima. Gli "industriali" italiani sembrano impreparati a "fare conti di fino". Perfino la delocalizzazione delle imprese in altri paesi viene vista solo in funzione della diminuzione dei costi di manodopera senza "capire" che in quel modo si impoverisce il Paese. L' impresa agisce sulla voce di costo "manodopera" anzichè su quella "energia" o "materie prime".
Certamente i cittadini italiani sono ora eticamente poco esigenti, ma l' etica è ai minimi storici? Ricostruire un atteggiamento "partecipativo" richiede tempo e bisogna cominciare quanto prima, ma credo che qui ci sia da subito
da invocare una "tecnica" imprenditoriale insegnando "cultura industriale" ed il ripristino di regole minime di convivenza. Attualmente si finanzia l' industria, mentre bisognerebbe finanziare l' industrializzazione di un' idea.

Noi potremmo cominciare dalla attenzione all' ambiente ed all' essere umano in un territorio definito. Dunque attenzione al benessere ma soprattutto alla qualità della vita nel rispetto dell' ambiente e delle regole. E' la sostenibilità.
Filippo Zoccoli: E’ vero che cambiare modus vivendi è un processo lungo. Come accelerare?
Parlare di etica genericamente forse è ingenuo. Inserendo un parametro temporale io distinguerei fra etica del vivere ed etica del desiderio.

La prima, conservativa e corposa, ritiene bene essere in salute, sorridere agli amici, offrire e ricevere alimentazione in estrema sintesi. Sembra egoista, ma anche gli etologi si sono accorti che esistono rapporti solidali fra cacciatori e prede, vieppiù fra umani che della società hanno fatto tesoro.
La seconda, attiva ed
identitaria, considera bene educare la prole, cercare strumenti e tecniche per migliorare la vita, porsi domande.
La situazione attuale comporta una pesante minaccia alla vita. Quanto ho annotato sulla cecità manageriale italiana è niente in confronto alla ottusità dei decisori economici mondiali. Alla ricerca del profitto quotidiano si bruciano risorse materiali ed immateriali nascosti dietro fondi pensione ( che paradosso ! ) od agenzie anonime. La politica economica mainstream considera sistema sanitario, sicurezza alimentare, sussidi economici , qualità dell’aria ecc. come oneri opzionali da monetizzare. E’ naturale che poi un amministratore delegato, pagato in stock options, licenziando veda crescere il suo stipendio ( e la produzione cali...), un generale consumista voglia l’ultimo modello di arma ( magari sarà necessario far vedere che la vecchia uccide male...), la nostra immacolate e pubblica Enel detenga un terzo del superphenix e tutta la centrale di Bratislava ( e se ne vanti ).
E’ allora comprensibile che la signora Maria, casalinga emerita in Voghera citata da Egidio, si senta colpita.
Ma non di ladri di vita solo si tratta, anche di ladri identitari.
Mi viene in mente un disegno di Walter Pichler. Nell’amplesso di due amanti esiste un gioco di specchi, una con-fusione dell’identità di genere che implica un andare oltre i limiti del corpo verso il sacro. Il corpo proprio è strumento che tramite l’altro coniuga col terzo assente che forse è il mondo, forse un dio, forse il tempo. La nostra identità, salvo nevrosi o superficialità coatta, è mobile e antica, è stratificata e volante. Il futuro è un futuro materiale, è faticosamente generato dal quotidiano.
Nelle società affluenti questi ladroni ci propinano il lusso di alias, maschere, ruoli, tutti splendenti ed innovativi. La narrazione è di immediato progresso, libertà dal passato, svincolamento dalle necessità ( incredibile come una bolla di Fuksas sia un inno alla anoressia ). Le false identità sono un attentato al futuro.
Ma come è fatto un modello etico utile?
Esiste la possibilità che la distruzione permetta di condividere modelli etici salvifici.
Giocherò di parole.
Situazione perturbante. Ma Freud usa unheimlich (perturbato) che letteralmente è non ospitale/familiare/abituale. Bene è essere ospitali familiari abituali. Per Heidegger il tratto fondamentale dell’abitare è avere cura. Bene è sia la conservazione, dell’edificio e dell’esterno, che la cura del contenuto, gli umani.
Bene è congiungere il passato col presente, onde valorizzare la trasformazione nel futuro.
Bene è la coscienza delle necessità: quali reali e quali indotte.
Ritengo dunque che un’etica conservativa sia coralmente condivisibile poiché l’attentato alla vita è immediatamente percepito. Per essere però desiderante e quindi trainante è necessario non balenare di generazioni future ma insistere sul realizzare la trasformazione del presente in futuro, portare il tema della trasformazione identitaria come modo di vita presente praticabile.
Mi sembra che le nostre conoscenze di mestiere siano adatte ad aiutare questi cambiamenti di ottica comportamentale e dunque stia nella deontologia professionale tendere a cambiamenti simili. E’ più un lavoro quotidiano di smascheramento che non un mirare ad obiettivi.
Scegliendo termini politici si potrebbe dire che non esiste più egemonia, ora si tratta di collaborazione.

 

 


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