
Ciudad Creativa Digita. Il parco Morelos e le corti digitali della città di Guadalajara (Michele Londino)
Superati rarefatti riferimenti architettonici, all’interno delle raffinate corti non c’è più la tipologia, la forma rassicurante e consolidata dell’architettura, ma c’è al contrario la “magia” delle relazioni tra il luogo “incorporeo del digitale e la corporeità dei cortili”; l’evanescente natura del primo si confronta con la densità di significati del secondo. Il nuovo spazio delle corti diventa il luogo dell’interfaccia tra paesaggi urbani e nature dichiaratamente artificiali. I rinnovati cortili del centro di Guadalajara sono luoghi di relazione che travalicano il significato comune di limite per indicare concetti di mediazione e connessione.
I paesaggi del limite |Digitale e sociale| Il paesaggio nell'epoca di Facebook (Stefano Mirti)
A grandi linee, si può convenire che il paesaggio non esiste in quanto entità fisica, ma esiste in prima istanza come proiezione concettuale nella nostra testa. Per capirci: quando il Duca di Montefeltro chiede a Francesco di Giorgio di creare una finestra che dal muro laterale di una piazza chiusa di Urbino si apre sul territorio, la funzione di questa operazione non è chiara. Abbiamo un muro, apriamo la finestra, e adesso che abbiamo la finestra vediamo quello che c’è fuori. Ma quello che c’è fuori lo si poteva già vedere spostandosi di poche centinaia di metri, fuori dalle mura del centro abitato. Sì, è così, l’osservazione è inoppugnabile. Però quei campi e quel pezzo di cielo adesso sono incorniciati da una finestra, arrivando ad assumere un valore concettuale e intellettuale che prima non avevano. Diventano, per l’appunto, paesaggio. Ai fini del nostro discorso quella finestra è molto importante perchè trasforma un campo e una porzione di cielo in “paesaggio”.
Per un'antropologia del limite (Paolo Chiozzi /Kamela Guza)
Il nostro è stato un viaggio per incontrare ponti, parte di un progetto antropologico più ampio che in questa prima tappa ha attraversato le terre della Garfagnana e della Lunigiana. Luoghi pieni d’acqua, che scende dal cielo e che scorre sulla terra. Accompagnati dal suono continuo dell’acqua che scorre in fiumi e torrenti siamo andati alla ricerca dei ponti che li attraversano e rendono possibile il passaggio da una sponda all’altra. Ci troviamo davanti a dei confini, linee fisiche che segnano il territorio: le sponde ed il fiume che scorre. In questo caso sono anche linee che dividono. Ecco che l’uomo sfida l’ordine naturale delle cose e decide di costruire un ponte, linea che passa oltre la separazione o divisione per collegare, rendere possibile una relazione, che non è soltanto visiva, ma concreta, attraversabile con il corpo (o i corpi). Le sponde, il fiume non sono solo confini, però. Sono anche limiti, per coloro che vi si confrontano.
Alpi Apuane, Ponte del Diavolo (foto Giona Pretazzini)
In dialogo sui paesaggi al limite...e su città di confine:Paradgima Valencia (Filippo Boretti)
Dialogo con Paolo Mighetto Vicepresidente AIAPP , Mauro Grassi Assessore alla valorizzazione de territorio e all'ambiente Comune Livorno, Giulia Silli Archietto paesaggista, Anna Paola Cipolloni Architetto paesaggista
Di paesaggio si può parlare anche all’interno di un confine urbano, all’interno dell’implosione urbana. Nella città europea — e in quella italiana in particolare — oggi si trovano non solo brandelli o residui di spazi franchi, ma operazioni che vivono di “paesaggio”. L’urbanistica stessa non può fare a meno di masticare il paesaggio per rispondere alle necessità dei cittadini. Valencia nella sua “versione” moderna è nata fra gli anni ’60 e ’70 con un’operazione che ha preso le mosse negli anni ’80. Certo, avremmo potuto prendere a “pretesto” Oporto, Lille-Roubaix, Amburgo, Birmingham ed altre rigenerazioni urbane più recenti; forse Amsterdam, meno efficacemente qualche città italiana ... Città — le nostre — oramai ripiegate su se stesse e prive di un’identità culturale in relazione con l’architettura contemporanea.
Piano con Paesaggio. Visioni e confronti – un laboratorio (Pietro Gaglianò)
I lavori del Convegno “Piano con Paesaggio” si sono conclusi con la lectio magistralis che Marc Augé ha dedicato alla variazione di significato del paesaggio culturale, già in corsa ad alta velocità nella sua ultima metamorfosi dominata dalle corruzioni e dalle accelerazioni della surmodernità. Il termine è stato coniato dall’antropologo quando, nel consumarsi del secolo scorso, ha definito la proliferazione di non-luoghi come sintomo di quella accelerazione della storia che accompagnandosi al restringimento dello spazio caratterizza la crisi dello spazio relazionale.
L’evoluzione interna alla surmodernità, riflette Augé, conduce a una semplificazione del paesaggio ridotto a un carattere essenzialmente urbano, che investe l’intera superficie terrestre: «il culmine del paesaggio surmoderno è il pianeta stesso». La concezione di paesaggio come terreno della rappresentazione simbolica, come spazio in cui si realizzano e trovano definizione le prospettive culturali, si corrompe in una esausta ripetizione di forme che violano la specificità dei luoghi senza compiere nuove aggregazioni.
Paesaggi ad arte. Un percorso di conoscenza delle zone umide nella piana Fiorentina (Paola Ricco)
Da tempo le zone umide della Piana Fiorentina sono al centro di un intervento che ha nel confronto con il paesaggio la sua peculiarità e su questa esperienza già in corso si innesta Artlands, Verso nuove forme di costruzione del territorio, un programma di iniziative presentato lo scorso maggio al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. L’indagine si rivolge ad alcune aree naturali della piana fiorentina dove si concentrano laghi, stagni, acquitrini, prati umidi e si estende agli spazi circostanti. Luoghi che in passato sono stati oggetto di trascuratezza, abbandono e disinteresse sono oggi al centro di una riqualificazione che li rende ambienti nei quali si può fare una diversa esperienza di paesaggio.

Il paesaggio si fa architettura. L'architettura si fa paesaggio (Fabio Fabbrizzi)
Esistono nella ricerca progettuale contemporanea, diverse modalità di relazione tra l’architettura e l’ambiente che la ospita. Tra queste spiccano per tensione espressiva quelle che coinvolgono la dimensione paesaggistica e naturalistica dei diversi luoghi, dando origine a differenti approcci compositivi che di fatto altro non sono che l’odierna traduzione di una sorta di possibile memoria della natura che il progetto, da sempre, ha conservato all’interno delle proprie dinamiche. Una memoria che ha costituito gli elementi di una trama che le varie epoche hanno reso diversamente evidente, influenzando sia il piano della realizzazione che quello dell’espressione. Semplificando, possiamo dire che da sempre questi approcci si evidenziano nella categoria dell’imitazione, letta come l’elaborazione stilistica di certe peculiarità naturali, scelte come prioritarie sulle altre, seguita poi dalla categoria della costruzione, grazie alla quale l’elemento naturale funziona come “mattone” nella creazione di una identità riconoscibile. A queste due modalità, si aggiunge quella ben più ineffabile dell’interpretazione, ovvero quella rara capacità dell’architettura, di porsi come frammento assonante nei confronti del paesaggio che la ospita, dando luogo ad una relazione di senso tra la dimensione del naturale e quella dell’artificiale che quasi sempre si ricompone e si somma alle modalità degli altri due legami, dando origine ad un ulteriore valore aggiunto
Loris Macci - Andrea Giunti : Impianto di compostaggio Faltona - Borgo San Lorenzo (foto Davide Virdis)

Made Associati Parcheggio Aeroporto Marco Polo Venezia

Schemi del verde collegamenti Il percorso distributivo (foto Adriano Marangon)
Monovolume Parco Naturale dello Sciliar Castelrotto-Bolzano

Dettaglio Vista del ponte
Quando l'informale incontra il paesaggio (Fabio Fabbrizzi)
Molta della ricerca architettonica contemporanea, muove ancora le proprie basi da una sorta di tentativo di revisione di quella che a tutti gli effetti può essere definita come l’ultima grande narrazione della storia, ovvero la modernità. Essa individua un segmento temporalmente ambiguo, che in architettura è stato subito revisionato da molti criticismi che lo hanno depotenziato degli aspetti più categorici, in quanto la visione unitaria che veniva contenuta al proprio interno, ha mostrato presto i fuggevoli tratti di una persistente ambiguità, essendo incapace nella propria assertività, di declinarsi alle diverse voci dei luoghi. Su più fronti si è definito il Moderno attorno a quelle coppie d’opposti che già l’Idealismo a suo tempo aveva postulato, lasciando la maggior parte della sua capacità ermeneutica alla dialettica tra la forma e la funzione, tra l’ornamento e la struttura, tra la concretezza e l’astrazione, ma soprattutto tra la figura e lo sfondo. Nel tempo poi, questa razionale certezza si è lacerata e frammentata in una complessità di rivoli che costituiscono nella loro simultaneità, la caratteristica principale della nostro contemporaneo. Molte volte l’architettura ha cercato di ridare senso a questa unitarietà smarrita, proponendo in molti casi il coinvolgimento degli assoluti nelle pieghe e nelle dinamiche della sua progettualità. In questo senso, mi sembra che nel tentativo di raggiungere una sua nuova, quanto auspicabile unificazione narrativa, l’architettura contemporanea ha stretto nuovamente alleanza con la natura.
Paesaggio e limite. Il limite del paesaggio (Michela De Poli)
Il paesaggio nel suo essere oggetto/soggetto di interesse è da sempre imprescindibilmente connesso con il termine di limite. Diversamente dall’architettura, il paesaggio è abituato al movimento, ad un muoversi più o meno lineare, in termini di tempo e di spazio, che si spinge al limite degli eventi, delle trasformazioni, delle definizioni, con diverse declinazioni e coinvolgimenti: lavorare con e per il paesaggio è operare con temporalità sempre diverse. Le operazioni, teoriche, pratiche, progettuali hanno contribuito a modificare, deformare, spostare i limiti (in osmotiche o forzate perimetrazioni), ad approfondirne la struttura e la portata (quasi dando spessore alla linea di demarcazione), ad agire progettualmente stando sul posto (e quindi effettuando rigenerazioni), producendo nuovi territori di indagine, nuove aree di investigazione critica, nuove occasioni di progettazione, nuovi paesaggi1. Paesaggi e limiti: dal momento del riconoscimento contemporaneo dello stato di valore che gli appartiene, si è sistematicamente lavorato alla sua definizione, alla ricerca di una precisazione capace di unire diversi elementi nel loro reciproco legame, nel loro continuo movimento. La letteratura ormai da tempo documenta quasi con puntualità gli stati di avanzamento del progressivo processo di definizione del termine paesaggi” in uno spostarsi dalla staticità della sua composizione (punto di percezione) alla complessità delle sue relazioni (ambivalenza del punto stesso di percezione).
Paesaggio inizia con la I (Ginevra Grasso)
Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d'isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l'immagine del suo volto" - Jorge Luis Borges
Paesaggio è una parola tanto comune, ordinaria ed abusata, da sembrare banale. Spesso, però, sono proprio i termini che utilizziamo quotidianamente, quelli di cui non abbiamo piena coscienza e di cui ci sfugge l’esatto significato. Istintivamente associamo il paesaggio all’ambiente che ci circonda, ma altrettanto spontaneamente capiamo come questo non sia sufficiente. Siamo quindi presi da quel senso di insoddisfazione, immediatamente seguito dall’inizio di una frenetica ricerca, che ci colgono quando una parola ci rimane sulla punta della lingua.
Che cos’è, quindi, il paesaggio?
Snøhetta AS: Norwegian National Opera & Ballet
(Foto Gerard Zugmann) (Foto Jiri Havran) (Foto Jiri Havran)
Helen & Hard: Pulpit Rock Base Camp Strand-Norvegia (Foto di Emile Ashley)
Vista del Mountain Wall Vista del tree camp Vista del Water camp
Longhi Architects: Pachacamac House Lima-Perù

Volo d'uccello sulla collina Vista Est Library tunnel at studio
(Foto Cholon) (Foto Juan Solano) (Foto Elsa Ramirez)
un ulteriore valore aggiunto.
Il paesaggio non esiste. (Marcello Marchesini)
Nella comprensione di ciò che si intende per paesaggio, il contributo di Alain Roger è fondamentale perchè associa, alla sua scoperta, una intenzionalità artistica: "la percezione, storica e culturale, di tutti i nostri paesaggi [...] si verifica secondo quella che, prendendo a prestito un termine di Montaigne, si può definire artilisation. […].
Il paesaggio di per sè non esiste e lo si è dovuto inventare attraverso una consapevolezza del paesaggio stesso. Lo si è dovuto codificare per realizzare che esistesse. Tutto il paesaggio è inventato: inventate sono le montagne, inventata è la campagna, inventato è il mare. I primi ad inventare la montagna sono stati gli scrittori Haller, Gessner, Rousseau e Saussure, e i pittori-incisori Aberli, Linck e Wolf, nel XVIII secolo e infine i grandi fotografi, a partire dalla metà dell'ottocento, come Aimè Civiale, Charles Soulier e l'italiano Vittorio Sella. Vi era naturalmente chi aveva osservato la montagna, ma mai senza vederla veramente.
Multilivello e multidisciplinari Dal panorama internazionale emergono una serie di progetti di public design innovativi e sperimentali (Antonella Serra)
Rispetto agli sviluppi che la disciplina del design ha avuto negli ultimi decenni, grazie anche all’affermazione di una visione strategica del progetto, le possibili applicazioni del design in ambito urbano si sono moltiplicate. A questo fatto però non ha corrisposto un ampliamento del suo reale campo di azione: il design continua a non interfacciarsi a sufficienza con interlocutori pubblici e comunque con chi si occupa di gestione del territorio; questo nonostante le opportunità offerte dal contesto ed alcune peculiarità della disciplina siano estremamente preziose all’interno del mosaico delle competenze impiegate nella sfera pubblica. Si tratta di un profilo che allo stato attuale è poco esplicitato e chiarito rispetto alle sue potenzialità, e per questo motivo difficilmente posizionabile se non facendo riferimento ai suoi consolidati campi di applicazione. La sua attuale marginalità è palese quando si osserva quali incarichi ricoprano quotidianamente i designer nell’intervenire sullo spazio urbano. Si tratta di interventi puntuali e legati agli ambiti disciplinari consolidati — product design, lighting design, exhibit design, graphic design, multimedia design, ecc. — il cui contributo arriva alla fine di una lunga catena di incarichi e spartizioni che si stratificano nelle fasi di progettazione urbana e che riflettono una frammentazione di obiettivi e di vedute. Probabilmente questa frammentazione stessa è anche una con-causa della crisi che il progetto urbano sta attraversando e dell’incapacità frequente di delineare soluzioni progettuali efficaci per la città contemporanea.
BIG and Topotek 1: Superkilen Copenhagen-Danimarca (foto Hanns Joosten)
Intervention Urbane Stiftung Freizeit (Antonella Serra)
Stiftung Freizeit inserisce anche lo spazio nella dicotomia quotidiana tra essere e apparire, facendo cadere il velo che tiene separate queste due dimensioni. Durante la primavera del 2011 in diversi quartieri berlinesi sono comparsi da un giorno all’altro, inaspettati, sulle superfici della città, profili colorati che suggerivano forme e storie appartenute od immaginate per quei luoghi: un giaciglio per gli homeless sotto un ponte, una lampada e un tavolino nel pianerottolo di accesso alla metropolitana, un piccolo appartamento arredato di tutto punto al di sotto di un percorso sopraelevato, ma anche la propria casa riprodotta in scala 1:1 ed esposta agli occhi di tutti. Interventi frutto di una lettura analitica e puntuale dello spazio, ma anche delle dinamiche che in esso avvengono, scegliendo attraverso questa formula di progetto di entrare in relazione proprio con esse. L’intervention o azione urbana è un progetto per lo spazio pubblico a tempo, che contrae la distanza tra fase progettuale e realizzazione e la semplifica in un gesto, proprio come testimoniato dal suo stesso nome. Deve avere una forte componente comunicativa, in quanto la sua efficacia si misura attraverso le ricadute che genera.
Stinftung Freizeit: Wilkommen Berlino 2011



